Quando la fotografia ha fatto irruzione con la sua invenzione immaginifica nel mondo, si era nel pieno di un clima entusiasmante dove si fondevano le ormai consolidate convinzioni del Positivismo e i primi vagiti della Belle Époque. Che eccitazione, dunque, per quella nuova scoperta arrivata subito dopo l’illuminazione elettrica e quasi contemporaneamente all’automobile che allargava i confini della percezione e regalava impressionanti capacità di riproduzione della vita. Si aveva la sensazione di potersi portare a casa frammenti di città dotati di un fino ad allora inedito realismo che raramente la pittura e il disegno erano in grado di trasmettere. Anni dopo quell’entusiasmo ha cominciato ad apparire ingenuo e culturalmente ingombrante e i più arditi fra i fotografi hanno cominciato a guardare oltre, alla ricerca di espressività diverse nate dalle sperimentazioni con cui le avanguardie storiche avevano spazzato via presente e passato per proiettarsi nel futuro.

Romana Zambon sa benissimo di ripercorrere con le sue distorsioni un sentiero già tracciato anche da grandi autori (André Kertész fra i fotografi, Salvador Dalì fra i pittori, tanto per fare due soli dei tanti possibili nomi) ma non per questo rinuncia a indagare sullo spiazzamento visivo che il suo obiettivo cerca con gioiosa leggerezza.

L’escamotage consiste nel cercare di affrontare un tema complesso e ben storicizzato come quello del paesaggio urbano non in modo diretto ma attraverso il rimbalzo visivo costituito da una superficie che non solo lo riflette ma, essendo irregolare, lo modifica distorcendolo. Si tratta di una deformazione che propone a chi la osserva una grande serie di variazioni: basta spostarsi anche di poco per assistere a un vero e proprio spettacolo immaginifico. Chi lo vede coglie immediatamente l’aspetto cromatico di questo blu intenso e metallico macchiato da tracce di rosso, giallo, ocra. Ma basta meglio osservare, per riconoscere che nel colore dominate (in realtà è il riflesso del cielo estivo) nuotano figure di palazzi, facciate di chiese, frammenti di tetti, porzioni di piazze. Per gli appassionati di tecnica abituati a riconoscerli, qui si trovano concentrati tutti i difetti che la tecnologia ottica ha combattuto per migliorare la resa delle lenti: ci sono le linee cadenti e le aberrazioni sferiche, le distorsioni a barilotto e quelle a cuscinetto. Ma, come spesso succede nelle ricerche, qui le imperfezioni sono finalizzate a uno scopo preciso e anche noi, osservando questi risultati, dimentichiamo la pulizia formale cara alla fotografia di architettura e ci ritroviamo immersi in un’atmosfera liquida e fiabesca dove tutto è possibile e ogni immagine si anima di una fantasiosa vitalità.


opere in mostra

visualizza la mostra