ROMANA ZAMBON

LIVING AS METAL

Quando la fotografia è stata presentata al mondo gli uomini di quell’epoca non erano abituati all’immagine che non fosse quella che abili disegnatori e pittori sapevano realizzare per interpretare con la loro arte o la loro semplice perizia il mondo che li circondava. Così tutti si meravigliarono della capacità della nuova arte di riprodurre con una perfezione mirabile la realtà fino a renderla, sembrava, riproducibile.

Moltissimo è cambiato da allora e la fotografia, come i suoi fruitori, ha perso quella originaria ingenuità lanciandosi verso nuove e altrettanto stupefacenti espressività immobilizzando per sempre la bellezza, cogliendo il fascino di un paesaggio, consentendo a tutti di fruire di immagini di luoghi che non avrebbero mai visto, soffermandosi su particolari cui lo sguardo distratto non avrebbe dato importanza. Così si può scoprire che la fotografia possiede talvolta la prodigiosa capacità di dare vita a tutto quanto cattura con le sue immagini. Perfino oggetti metallici che sappiamo inanimati sembrano muoversi come se fossero attraversati da vibrazioni interiori che li fanno somigliare ora ad anemoni di mare sospinti dalle onde ora a polipi dai mille tentacoli.

Romana Zambon non si limita a riprenderli con grande cura ma si avvicina a loro con un coinvolgimento emotivo così intenso da caratterizzare le sue opere: è come se le emozioni provate osservando questa realtà immobile attraverso il mirino della sua fotocamera si trasmettessero ai tubi di rame, ai frammenti di alluminio sospesi nel vuoto come se volessero prendere il volo, ai ritagli di ferro che la ruggine aggredendoli rende preziosi alla vista. Certo, questi non sono sempre oggetti qualsiasi e quando sappiamo provenire dalle strutture crollate del Ponte Morandi assumono ai nostri occhi una loro tragica vitalità come se ci volessero raccontare di quanta vita c’è in un cavo spezzato che ora si allunga nel vuoto. Ma più comunemente non ne conosciamo la provenienza né sappiamo chi li ha costruiti, li ha utilizzati, ha deciso di gettarli via e allora spetta alla fantasia che Romana Zambon sa suscitare costruire percorsi immaginari carichi di fascino. Ecco dunque scoprire le forme di un animale buffo, sentirsi osservati da mille occhi metallici, meravigliarsi di fronte a una cascata che brilla alla luce, osservare schegge dotate di una luminosità che ricorda quella del ghiaccio. E scoprire infine che, per quanto ci si trovi in un una discarica dove metalli non più utilizzati vengono stoccati, la fotografia la trasforma in un luogo un po’ magico da cui quei materiali partiranno per rivivere una nuova vita.

di Roberto Mutti

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